Interview


BORLIN – Dall’arte contemporanea al cinema con Franco Losvizzero
Terzo ed ultimo appuntamento alla scoperta del nuovo surrealismo italiano presentato fino al 7 novembre alla Strychnin Gallery di Berlino. Dopo aver conosciuto più da vicino Desiderio ed Elio Varuna, ci siamo addentrati nell’immaginario artistico dell’eclettico Franco Losvizzero.
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1. Locandina della mostra APOCALISSE XXI

Andrea Bezziccheri alias Franco Losvizzero nasce nel 1973 a Roma. Vive e lavora tra Roma e New York. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Roma, l’Istituto Europeo di Design e i corsi di regia, nel 1996 si trasferisce a Londra per approfondire gli studi presso la Thames Valley University e successivamente soggiorna frequentemente a New York. È in questo periodo che la sua ricerca subisce un rivolgimento creativo che lo conduce ad indagare i meandri dell’inconscio.
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2. Franco Losvizzero e le sue creature meccaniche in mostra a Berlino

La sua arte può essere inserita in correnti espressioniste, pop-surrealism e di transavanguardia. Il disegno, la pittura e, in seguito, la scultura sono i fondamenti del suo percorso artistico. Dopo la sua prima personale a Roma, Carillon Anatomie Meccaniche, viene invitato ad esporre all’Istituto di Cultura Svizzero a Roma per la Mostra Visioni del Paradiso. Nel 2007 il Ministero degli Esteri organizza una mostra con venti artisti arabi del novecento, che a loro volta scelgono venti artisti. Marya Kazoun sceglie Franco Losvizzero e la mostra toccherà Damasco, Beirut e il Cairo. Nel 2008 espone a Davos, in Svizzera, per il Word Economic Forum una scultura in vetro soffiato di due metri. É ora alla sua terza collezione in vetro soffiato da maestri di Murano per la Berengo Fine Arts Collection.

3. Disegno di Franco Losvizzero
Losvizzero è impegnato, oltre che con mostre d’arte contemporanea, nella regia cinematografica con il suo vero nome: Andrea Bezziccheri. I suoi documentari, videoclip musicali e film di sperimentazione sono stati presentati in diversi festival, tra cui il Locarno Film Fest e il Festival Internazionale del Film di Roma, a cui nel 2009 ha mostrato al pubblico per la prima volta il suo film sperimentale N.Variazioni.
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4. Girogirotondo: scultura e performance

Nel 2010 debutta a NY con la sua prima mostra personale Anima’LS, partecipa alla collettiva Apocalipse Wow! al museo Macro Future di Roma, espone un’installazione con performance a La Pelanda e al Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma. A Ottobre 2010 è invitato alla Finale del Premio Cairo al Museo della Permanente a Milano. Dal 3 al 7 Novembre sarà a Torino per The White Cellar e dal 19 Novembre sarà a Napoli per un mese con la personale OSSA OSSIA MESSIA.
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5. Dindolò: presentato al Premio Cairo 2010


:: Benvenuto su Nuok, Franco! Che cosa rappresenta Berlino oggi per un artista?
Quello che rappresentava Parigi ad inizio secolo. La fucina di idee e sperimentazioni piú importante d’Europa e forse del mondo. New York è probabilmente l’unica metropoli paragonabile, per energie contemporanee che si scontrano/incontrano, ma Berlino ha in più il fatto che non costa un granché. Tanti artisti italiani, ma anche giovani cervelli in tutti i campi si sono mossi a Berlino. Qui c’è una comunità in crescita che supera i trecentomila italiani.
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6. Franco Losvizzero, Desiderio ed Elio Varuna

:: Che rapporto hai con le metropoli? Le consideri uno stimolo o una distrazione per il tuo lavoro?
Uno stimolo. New York mi fa da caricabatterie. I due mesi e mezzo che sono stato lì in occasione della preparazione e realizzazione della mostra Anima’LS (che è stata aperta per cinque mesi ed ha chiuso il 4 Ottobre) mi sono talmente dedicato a produrre che, nonostante avessi 200 mq completamente spogli da allestire, non sono riuscito ad inserire molte delle opere prodotte.
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7. Art Fair in Berlin with the performance by Franco Losvizzero

:: Qual è l’immaginario di riferimento alla base della creazione delle tue sculture meccaniche?
L’immaginario di riferimento è il mio. Da bambino ero appassionato di mostri e di “variazioni” su bambole e animali di gomma: trasformare un uomo in animale o un animale in essere umano è sempre stata una mia deviazione. Scarabocchiare, trasformando bambini felici di pubblicità accattivanti in sanguinosi nani deturpati ha, in più occasioni, indotto mia madre a consultarsi con psicologi infantili. Il mio film Il grande sogno di un nano – firmato nel 2006 a quattro mani con Matteo Basilè – è probabilmente una delle avventure cinematografiche più ardite degli ultimi anni! Contaminare un’opera con un giocattolo, trasformare rassicuranti giocattoli in inquietanti meccanismi malinconicamente sofferenti, stridenti, colorati e pop allo stesso tempo, mi esalta. Unire Bosch con Kitano, Basquiat con Nauman, Max Ernst con Lynch, Cucchi con Playmobil, Calder con Pazienza, Tinguely con il Coniglio di Alice… è la mia strada.
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8. Angelo Bianco in mostra alla Strychnin Gallery

Dove e quando posso mi autolimito col bianco. Questi sono gli ingredienti e le passioni che veicolano il mio percorso sin dall’ accademia. La “limitazione” è come il ring per un pugile, la tela bidimensionale è ancora il ring per antonomasia per un artista. Il mio ring è il foglio A4 con i disegni a olio e grafite. Lì mi lascio andare di più e porto avanti la mia ricerca più pura e questo fa emergere in modo più evidente il “mio” immaginario più inconscio. La limitazione è necessaria perché sul ring per annientare un avversario puoi ricorrere a mille stratagemmi: puoi portarti una pistola o salire su un carro armato, ma la tua vera forza si può misurare solo quando sei da solo dentro quel quadrato con un altro del tuo stesso peso; lì puoi capire quali sono i tuoi punti di debolezza.”Scolpire” le forme e renderle pure col bianco fa uscire l’essenza del lavoro, così come il foglio base A4 rappresenta per me il ring ideale.
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9. Pinocchio

:: Come definiresti il “Nuovo surrealismo italiano”?
Lo definirei pop. Mi piace quando una corrente come il pop surrealismo viene contaminata dal nostro passato artistico italiano e non rimane solo un imitare o un ispirarsi ai maestri americani. La mostra al Museo Macro Future a Roma Apocalipse Wow! ha evidenziato proprio questo ed è in quell’occasione che, da esperienze diverse, ci siamo incontrati io, Varuna e Desiderio.
Il peso della nostra storia dell’arte si deve intravedere nelle opere di un italiano che si vuole definire pop – surrealista, altrimenti è un bluff! Io credo di essermi confrontato con il peso dei nostri musei e di non essere rimasto schiacciato, o almeno è quello che provo a fare. L’opera Girogirotondo, ad esempio, è stata considerata una rielaborazione contemporanea di un Marco Aurelio (l’imperatore a cavallo che si può trovare al centro della piazza del Campidoglio a Roma), solo che il mio cavaliere è il coniglio bianco, una donna nuda dipinta di bianco; questa è l’opera di repertorio che ho presentato alla finale del Premio Cairo il 27 Ottobre 2010 (Museo della Permanente); l’opera in concorso invece è Dindolò ed è la mia prima scultura meccanica che supera i due metri d’altezza – a parte le sculture in vetro a Murano!
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10. Franco Losvizzero durante la sua residenza newyorkese

Dal 3 al 7 novembre ci sarà, invece, la mostra The White Cellar negli ex Palazzi Fiat di Torino curata da Chiara Canali (con una mia performance il 7) ed un unico denominatore comune: il bianco. E poi il mio debutto a Napoli con una personale il 19 Novembre 2010: la mostra si chiama Ossa Ossia Messia, un viaggio nei sotterranei di Napoli, oltre che nei miei.

:: Che tipo di opere presenti alla mostra Apocalisse XXI e a cosa sono ispirate?
Oltre il disegno con olio e grafite su fogli A4, ci sono robot semoventi. Sin dalla mia prima mostra, Carillon-Anatomie Meccaniche, essi hanno contraddistinto il mio lavoro, così come l’uso di applicazioni in materiale plastico ceroso su carta e su legno, per lo più testine che si vanno ad inserire in un disegno pittorico. Questo tipo di forme gommose è un segno riconoscibile dei miei bassorilievi ed una tecnica di resine e cera che sto sviluppando da un po’ di tempo. Da un punto di vista tecnico questi sono i tre ambiti su cui mi sono mosso, da un punto di vista concettuale, invece, non ho fatto altro che dare sfogo alle mie visioni apocalittiche. M’interessa molto il mito, non solo nella cultura mediterranea, e credo che sia palpabile nelle immagini, almeno quanto la cultura pop del consumo. Le figure semplici di un animale, meglio se domestico, ispirano tenerezza al pubblico e quello che cerco di fare è di tradire quel rassicurante senso di equilibrio.
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11. Locandina di CIRCONUDO

Il risultato sono oltre venti opere che ben si sposano con il simbolismo di Varuna e la post-atomicità di Desiderio. La mostra è davvero perfetta negli equilibri tra pittura, scultura, istallazioni e poetica della Galleria e questo è merito di Julie Kogler che ha curato la mostra e seguito la realizzazione della performance d’apertura. La performance del coniglio bianco (NdR: avvenuta durante il vernissage) si è conclusa con la consegna di un libro/bibbia nelle mani di un professore universitario anziano che in tedesco leggeva il passo dell’Apocalisse XXI di Giovanni. Eravamo tutti immobili ad ascoltare come in chiesa…
“Apocalisse 21:1 ^
Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non era più.
Apocalisse 21:9 ^
E venne uno dei sette angeli che avevano le sette coppe piene delle sette ultime piaghe; e parlò meco, dicendo: Vieni e ti mostrerò la sposa, la moglie dell’Agnello.”
(Solo ora, rispondendo a queste domande, mi accorgo che tra le opere che ho esposto c’è una sposa in disegno, un angelo luminoso/sposa e umanoidi robotici urlanti)
“Apocalisse 21:11 ^
Il suo luminare era simile a una pietra preziosissima, a guisa d’una pietra di diaspro cristallino.”
(L’angelo bianco si muove lento in una teca di vetro e brilla di luce propria perché c’è fibra ottica che si colora ad intermittenza nelle ali e nel bouquet da sposa che porta in mano)

:: C’è stato un viaggio fatto negli ultimi anni che ha lasciato delle tracce profonde nei tuoi lavori?
Nel 1998 sono andato per uno scambio-gemellaggio con artisti locali in Egitto e ho preparato una mostra all’Accademia di Luxor. Visitare da vicino le tombe dei faraoni nella valle dei Re e il museo del Cairo mi ha fatto aprire gli occhi sui veri messaggi di quella cultura, che solo in superficie avevo trattato a scuola; storie e miti che sono giunti sino a noi e che sono stati tradotti dal cristianesimo e che ancora oggi popolano il nostro inconscio collettivo. Arrivare alle origini di tante iconografie spirituali e religiose mi ha fatto approfondire le simbologie e la mitologia a cui attingevano i popoli antichi, per poi ritrovare forme e mostruosità (non per forza intese in senso negativo) che ancora oggi riemergono in me e negli spettatori che apprezzano i miei lavori.

:: Che consiglio daresti a un giovane artista italiano che sta tentando di emergere?
Di aggiornarsi costantemente sull’evoluzione dei codici contemporanei, di visitare due o tre fiere d’arte contemporanea l’anno, in quanto esse offrono la possibilità di ricevere un massimo carico di stimoli nel minor tempo e dispendio di risorse possibili. Consiglio l’Arte Fiera di Bologna e Art Basel a Basilea e idealmente anche Miami Art Basel con tutti gli eventi collaterali che queste grandi fiere dell’arte comportano.
Il secondo, forse il più prezioso consiglio che posso dare, è di indagare le proprie ossessioni, senza paura di scavare a fondo, né di mettere le mani nella propria merda che, vuoi o non vuoi, tutti ci portiamo dentro; solo affrontando i nostri mostri possiamo ritenerci sinceri e l’artista che non è sincero è come una moneta falsa: può imbrogliare qualcuno ma è destinato al macero. Come dice la mia amica Marya Kazoun (una delle artiste che più stimo): “Franco, sono due anni che fotografo la mia merda” …E l’ha fatto davvero!

:: Sei nato e vivi a Roma. Che differenze riscontri tra il suo panorama artistico e quello di Berlino?
A Roma c’è troppo immobilismo, tutto il contrario di New York; per quanto riguarda Berlino, ancora devo capirla bene, ma quello che posso dire è che i talenti sono tutti fuori o tentano di fuggire. Sentire il Ministro dell’Economia italiana che dice:”…con la cultura non si mangia” fa venire voglia di prendere un mazzo di banconote e servirglielo su un letto di rughetta!
Amo Roma, ma bisogna confrontarci con chi non si conosce per raccogliere lezioni ed impressioni capaci di farci crescere. Il panorama berlinese è carico di artisti che si concentrano nel lavoro di ricerca, Roma è meno costruttiva o forse meno produttiva. O forse sono io che a Roma mi adagio come una torta di gelatina tra party e aperitivi troppo ricchi di parole.

:: Consiglia ai lettori di NUOK un posto speciale che hai scoperto a Berlino.
La Strychnin Gallery!
…E il Treptower Park, dove c’è un Luna Park abbandonato della ex DDR: un luogo squallido e allo stesso tempo divertente, triste e colorato, basico come sono i giochi per bambini (in particolare nell’ex Unione Sovietica) e nostalgico come la nostra infanzia, infestato di piante e con una grande ruota panoramica… È esattamente come vorrei essere io.
Vorrei essere un parco giochi per gli occhi di chi guarda i miei lavori, forse è questo che mi spinge a fare film come CIRCONUDO, (di cui firmo la regia col mio vero nome: Andrea Bezziccheri). Il circo è tutto questo e i clowns, come dice Alejandro Jodorowsky, sono filosofi!



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Strychnin Gallery — Apocalisse XXI
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Apocalisse XXI – Nuovo Surrealismo Italiano
Curated by Julie Kogler.
Featuring: Desiderio, Elio Varuna and Franco Losvizzero.
In the Vault: Jon Jaylo – To Unmask an Enigma.

“For the first time three of the most up-and-coming talents of the new Italian Surrealism are shown in one exhibition: Apocalisse XXI. Their artistic form of expression corresponds with the brilliant design principles of Pop Surrealism and Neo Pop Art. The artists express epochal involved dreams and nightmares in their work, which they visualize through the objective of those who face up to the challenge of searching for mysteries of our life. Thereby they produce pictures and artworks in which dreams and reality merge in a great narrative of suspense. The title aims to the ages of Kali-Yuga, in which appear mythical and bizarre characters and figures. Time and Space are abolished as it was like on a passing through. All artworks contain elements and criticisms that refer to surreal phenomena of the 21st century and will manifest in the spectactors mind as pictures of the subconscious. But the artists succeed in transferring the spectator into an atmosphere of enchantment and miracle.”
The show opens October 8th 2010, at 19:00
Strychnin Gallery
Boxhagenerstr. 36, Berlin Friedrichshain
www.strychnin.com
Opening hours: Thursday – Sunday from 12:00 – 18:00.

http://www.exibart.com/notizia.asp/IDNotizia/31317/IDCategoria/44

RI-SCOSSA POP

2010: i vent’anni del Pop Surrealismo. Una corrente che pare straordinariamente nuova e fresca (e lo è, per carità!) in realtà parte dal 1990. In un reportage asciutto, la curatrice Julie Kogler ci offre uno spaccato a ritroso per ricostruire una storia a tratti eroica. Per iniziare a imparare una forma d’arte che sta decisamente finendo di essere sottovalutata da critici, musei e mercato...
pubblicato giovedì 22 aprile 2010
Scrivere del Pop Surrealismo è un compito difficile. La trattazione intellettuale dell’argomento porta lontano dalle grandi emozioni che suscita in chi lo incontra. Il Pop Surrealismo “era una gradita alternativa alla noia crescente scaturita dalle idee riciclate e dal concettualismo ritrovabile in tanta arte contemporanea di allora”, afferma Kirsten Anderson, pioniera del settore, che dal 1998 dirige la galleria Roq La Rue a Seattle.
A livello di portato storico, il Pop Surrealismo si presenta come connubio tra la Pop Art, affermatasi negli anni ’60, e le forme dell’avanguardia surrealista teorizzata da André Breton al principio del Novecento. Le radici risalgono in effetti all’inizio degli anni ’60, quando il frequentato studio dell’artista Ed Roth a Los Angeles divenne un punto di ritrovo per quegli artisti emarginati che si dedicavano a una pittura figurativa rigorosamente antiaccademica. Il manifesto di questa controcultura giovanile era il fumetto underground Zap Comix, che presentò nella prima edizione i cartoon satirici di Robert Crumb e nelle edizioni successive S. Clay Wilson, “Spain” Rodriguez, Victor Moscoso, Rick Griffin e Robert Williams. Quest’ultimo emerse presto nella cerchia ribelle come portavoce erudito e pioniere di questo movimento di rottura. Con l’uso spregiudicato di figure tratte dal fumetto underground, abbinate ai contrasti dei colori psichedelici, Williams diede i natali a un marchio di fabbrica della pittura degli anni ’80 e ’90. La sua famigerata copertina scelta per l’album Appetite for Destruction dai Guns’n’Roses (fra l’altro, uno dei dischi più venduti della storia del rock) conquistò grande notorietà.
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L’ANNO DELLA SVOLTA - Le vicende politiche che scuotono il mondo al termine degli anni ‘80 (fine della Guerra Fredda e dintorni) cambiano l’assetto internazionale e indirizzano l’arte pop surrealista alla svolta epocale. Il momento dell’affermazione del Pop Surrealismo avviene proprio intorno al 1990 e sempre grazie al veicolo della pop music: la copertina che Michael Jackson commissiona al giovane illustratore californiano Mark Ryden per il suo album Dangerous diventa il paradigma esemplare di quest’arte innovativa, consacrando moderne icone e nuovi miti pop come divinità della contemporaneità. In quegli anni le predominanti correnti artistiche registrano colpi d’arresto (anche economici, a partire dalla Guerra del Golfo) poiché non destinate a tenere il passo con i cambiamenti dell’avvento dell’era digitalizzata. L’approccio intellettualizzato delle arti vigenti non aiuta ad affrontare il crollo delle ideologie e la perdita dei valori sociali; le “certezze” precedenti iniziano a sgretolarsi, generando il bisogno diffuso di costituire gruppi. Allora le arti “cerebrali” iniziano a lasciare spazio a espressioni che coinvolgono tutti in un godimento sensoriale collettivo.

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POP SURREALISM O LOWBROW? - Robert Williams conia il termine ‘lowbrow’ (‘basso profilo’) sul finire degli anni ‘70, consapevole della sua posizione emarginata rispetto al sistema dell’arte ufficiale. “Appartengo a un ampio gruppo di artisti che, a causa del predominio durato mezzo secolo dell’arte astratta e concettuale, sono stati isolati dal mainstream”, dichiara nel volume Pop Surrealism. Ad ogni modo, si definiscono comunemente lowbrow le forme d’intrattenimento e divulgazione di facile comprensione, che non trattano argomenti d’arte o culturali in maniera intellettuale. Il termine era usato, infatti, proprio in contrapposizione a ‘highbrow’, che significa ‘cultura alta’. La pressoché totale assenza di critica legata alla scena artistica underground in quel periodo ha concesso molta libertà ai suoi esponenti nello sviluppare una poetica lontana dai dogmi accademici. Le opere dimostrano un’apparenza talvolta fumettosa, laddove non si scorge immediatamente un’elaborazione intellettuale. Elementi della storia dell’arte, estrapolati dal loro contesto originale, appaiono alleggeriti dal loro peso attraverso giustapposizioni inedite e talvolta irriverenti.
Alcuni dei primi artisti da inserire nella schiera degli esponenti del Lowbrow californiano - accanto a Robert Williams e Mark Ryden - sono Todd Schorr, Gary Baseman, Tim Biskup, Camille Rose Garcia, Anthony Ausgang e i Clayton Brothers;
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a questi fanno eco nel resto degli Stati Uniti Ron English, Tara McPherson, Eric White, Lisa Petrucci e Marion Peck. Questi artisti, come spiega Williams, “attingono all’illustrazione, alla fantascienza, alle produzioni d’effetti speciali, all’arte del libro da fumetto, ai poster cinematografici, alla grafica per gli skateboard. E poi graffiti, tatuaggi, pin-up...”. Il critico americano Carlo McCormick propone di utilizzare il termine lowbrow come sostantivo per quei pittori figurativi che abbiano maturato un loro linguaggio artistico ispirandosi alle culture giovanili e popolari a partire dagli anni ’80 in California.
Insomma, i pop surrealisti prendono spunto dalla società in cui vivono, riciclando i residui scartati della cultura popolare per generare qualcosa di significativo. Come sostiene anche Merry Karnowsky nel suo saggio pubblicato sul catalogo della mostra Apocalypse Wow!: “L’opera pop surrealista talvolta appare molto semplice e illustrativa, ma la maggior parte degli artisti di questo movimento sono pittori di grande talento che usano un linguaggio visivo più godibile e diretto per esprimere tematiche più complesse”.

ICONE MOBILI PER LA RETE - Icone facilmente riconoscibili e di gran presa sono onnipresenti nelle opere dei protagonisti di questo movimento. E ciò perché la loro essenzialità permette una dinamica e rapida diffusione. Tanto che molti artisti del lowbrow sono riconosciuti per il loro “brand”. Il leitmotiv del Pop Surrealismo è l’enfasi di un character o personaggio come protagonista ricorrente, che è inserito in situazioni irreali e fantastiche. Gary Baseman si riconosce nel suo personaggio Toby, che l’artista fa uscire dalle tele per reincarnarsi in oggetti in edizione limitata e prodotti commerciali come borse, t-shirt, cappelli, portachiavi, coniando il termine “pervasive artist” per autodefinire il modo di veicolare le sue figure semplici e di diffondere il suo messaggio attraverso molteplici media, gadget compresi. Anche la figura dell’Helper, una specie di divinità aliena monoculare al centro del bizzarro pantheon di Tim Biskup, è stata trasformata in una serie di designer toy accanto ad altri prodotti alla portata di tutti.
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JUXTAPOZ D’IMMAGINI - Ma chi ha contribuito a ampliare la visibilità attorno a questo gruppo di giovani artisti durante gli anni ‘90? È ancora Robert Williams, naturalmente: nel 1994 fonda la “cronica d’arte” Juxtapoz. Il più importante magazine (insieme al più recente Hi-Fructose) di questo genere, che promuove Street Art e arte pop surrealista, offrendo una piattaforma e una rete di scambio a tutti gli artisti del movimento. Molti illustratori hanno avuto il riconoscimento ufficiale come veri pittori attraverso questa rivista, il cui titolo allude alla tipica procedura dei suoi artisti di giustapporre elementi popolari apparentemente estranei tra loro in uno scenario surrealista di grande emotività e impatto. Una sorta di processo hegeliano in cui il “juxtapoz” di tesi e antitesi porta alla sintesi, che è l’opera d’arte compiuta.
Todd Schorr, uno dei geni indiscussi del movimento, nel racconto autobiografico del suo catalogo American Surreal spiega l’origine della “giustapposizione”: “Guardavo numerosi programmi horror, di fantascienza, cartoon, film di guerra e di cowboy, spettacoli di burattini; la mia collezione di fumetti e modellini in plastica occupava il mio cervello immaturo. I miei genitori erano abbonati al ‘National Geographic’: è così che ho sviluppato una passione per gli uomini preistorici e le culture primitive”. L’ossessione di Schorr per il dettaglio, in effetti, genera dipinti di grande tensione narrativa, che riconducono alle composizioni di Bosch laddove emergono le manifestazioni del suo fascino per il bizzarro e il freak come satira del sociale.

ALLA CONQUISTA DEL MONDO - È nella West Coast, patria di Hollywood e Walt Disney, che i primi spregiudicati galleristi promuovono il movimento: La Luz de Jesus, Copro Nason Gallery e Billy Shire, e a seguire Merry Karnowsky e Roq La Rue. Poi a New York City, dove Jonathan Levine e Joshua Liner aprono le omonime gallerie, e Yasha Young inaugura la Strychnin Gallery, che ha oggi sedi anche a Londra e Berlino. Internet e le comunità virtuali permettono la libera circolazione d’icone e idee, e nel giro d’un click contagiano subito anche le schiere di pittori oltreoceano. In Asia la Biennale Animamix - The New Aesthetics of the 21st Century è lo sposalizio delle ultime forme espressive dell’animazione (anime) e dei comics (manga).
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Artisti del calibro di Takashi Murakami aprono la strada ai giovani seguaci, che all’improvviso sono apprezzatissimi da collezionisti e galleristi del sistema dell’arte ufficiale. Yoshitomo Nara, Junko Mizuno, Kei Sawada e Aiko Nakagawa emergono come nuovi protagonisti di un’arte che se la spassa sul confine tra il white cube e il commerciale. I giovani artisti, eredi della cultura e della storia europea, affrontano argomenti riguardo le trasformazioni epocali e lo smarrimento all’interno della società globalizzata, sviluppando così una narrativa di matrice più onirica e apocalittica, che si contamina con le espressioni del Neo Pop e della Urban Art. A Berlino spicca l’ungherese Andras Bartos, a Barcellona il pittore cileno Victor Castillo. In diverse città europee s’inaugurano gallerie dedite al Pop Surrealismo: Dorothy Circus Gallery, MondoPop e Mondo Bizzarro (già a Bologna) a Roma; Magda Danysz a Parigi; Iguapop a Barcellona; Heliumcowboy e Feinkunst Kruger ad Amburgo.

LA RINCORSA AI MUSEI - A vent’anni dal Manifesto del Pop Surrealismo di Mark Ryden, importanti musei in tutto il mondo dedicano finalmente vaste mostre a questo fenomeno, invitando i maggiori esponenti. Al Macro Future di Roma la collettiva Apocalypse Wow! [curata dall’autrice di questo articolo, N.d.R.] espone le opere degli italiani Nicola Verlato, Elio Varuna, Desiderio e Franco Losvizzero accanto ai nomi storici americani. Il talento di Varuna e di Verlato è riconosciuto ulteriormente da due istituzioni di grande rilievo: il primo al MoCA di Shanghai, invitato come unico italiano alla Biennale 2009; il secondo, invece, al Padiglione Italiano della 53. Biennale di Venezia. Il 2010 sembra prefigurare la chiusura del cerchio per un successo anche museale del movimento: il progenitore del Lowbrow, Robert Williams, è elevato nell’olimpo della fine art esponendo alla Biennale al Whitney Museum di New York.



pubblicato lunedì 1 novembre 2010
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Dalla piccola stanza in cartapesta di Paola Risoli dalle sculture in marmo bianco di Carrara di Michelangelo Galliani, a quelle meccanico-luminose di Franco Losvizzero, ai bassorilievi oggettuali di soldatini di Paolo Ceribelli. Cosa le accomuna? Il bianco. Sono queste infatti alcune delle opere dei dieci artisti protagonisti della mostra The White Cellar, che per cinque giorni anima la suggestiva cornice dell'Ex Palazzo Fiat di Torino, all'interno del circuito Paratissima e in contemporanea ad Artissima 17.
Collaterale alla mostra, The White Performance, con azioni performative di cinque giovani artisti - Isobel Blank, Giovanni Gaggia, Loredana Galante, Franco Losvizzero e Miriam Secco - accomunate da un'atmosfera bianca e opalescente. Tutte le notti, dalle 20 fino a mezzanotte. E come sponsor, il brand di cucina giapponese Sosushi, che all'interno di The White Cellar lancia il primo concorso di videoclip dedicati al sushi e a dicembre inaugura un food point nella stazione ferroviaria di Torino Porta Nova...

Inaugurazione: mercoledì 3 novembre 2010 - ore 19.00
Dal 3 al 7 novembre 2010
Corso Marconi 10 - Torino
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Da Roma: Freaky Friday, dopo il giro delle gallerie, tutti a Trastevere…

pubblicato sabato 1 marzo 2008
Il meteo clemente ha favorito la riuscita del Freaky Friday, la serata delle gallerie che ha riversato per le strade della capitale il popolo dell'arte con gli spazi aperti fino a mezzanotte. Non si sono viste frotte di art-maniac in coda come in altre occasioni simili – Torino, Milano -, ma questo è dovuto alla particolare situazione romana, con “zone” galleristiche anche distantissime fra di loro, per cui ognuno ha fatto le sue scelte senza che si creassero grandi assembramenti. Molti erano in verità schierati fuori dal nuovo spazio di Pio Monti al Ghetto, dove la mostra di Gian Marco Montesano era contrappuntata da una apprezzata performance di danza. E molti anche da 1/9 Unosunove, per l'atteso opening di Jamie Shovlin, mentre fra le mostre migliori viste nella serata va senza dubbio menzionata Anna Moore dell'americana Julie Orser, vista da Changing Role. Pellegrinaggio continuo anche nei “distretti” di Via Margutta e della Macrozona, con visitatori - molti stranieri - affaticati ma entusiasti, armati della puntuale mappa approntata dalla fiera. Bel colpo di Il Ponte Contemporanea, dove – per l'inaugurazione della sua personale – dominava la scena la grande Katharina Sieverding, prontamente opzionata per un'intervista che presto vedrete su Exibart.tv. Galleristi complessivamente soddisfatti, perché "finalmente a Roma una notte bianca dedicata all'arte e non con un pubblico indistinto". Ma il tour di tutti gli appassionati sparsi per la città si è poi concluso a Trastevere, dove – fra gli opening di Edicola Notte e de La Famiglia di Franco Losvizzero – la serata si è conclusa per tutti nella miriade di locali del quartiere…



Damasco, Beirut, Il Cairo. Arte italiana in tour con la mostra Correnti mediterranee

pubblicato giovedì 20 marzo 2008
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Circa sessanta opere di altrettanti artisti provenienti da Libano, Siria, Egitto e naturalmente Italia. L'opera di ogni artista arabo viene associata all'opera del loro referente - maestro diretto o comunque punto di riferimento culturale - italiano, in modo da presentare al pubblico delle coppie, o binomi, immediatamente significative anche per i non addetti ai lavori. Si presenta così la mostra collettiva itinerante Correnti mediterranee, curata da Martina Corgnati e promossa dal Ministero degli Esteri a Damasco - fino al 10 marzo presso Khan Assad Pasha -, per poi passare a Beirut presso la Villa Audi e al Cairo, presso la galleria Horizon del Museo M.Mahmoud Khalil. Fra gli artisti italiani presenti, Ferruccio Ferrazzi, Giuseppe Migneco, Renato Guttuso, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Mino Maccari, Mario Schifano, Aldo Mondino, Massimo Campigli, Giosetta Fioroni, Giulio Turcato. Ci sarà anche - in coppia con Marya Kazoun - Franco Losvizzero, che intanto presenta a Roma un nuovo video che vede protagonista proprio Girotondo, scultura meccanica presente nella mostra itinerante.



exibinterviste la giovanearte
Franco Losvizzero

Lui è Andrea Bezziccheri, ma crea “mostri e carillon” sotto lo pseudonimo di Franco Losvizzero. In questa intervista racconta la sua arte che, a sentir lui, lascia ammaliati soprattutto i bambini. Da cosa nacque tutto? Ma ovviamente da Mariella, la maestra delle elementari…

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pubblicato venerdì 6 maggio 2005
Come sei diventato un artista?
Mariella, la mia insegnante alle elementari, è stata colpa sua… Lei disegnava molto bene, e mi insegnò le tecniche del disegno, ed ha creduto molto in me. Una volta mise il mio disegno di un albero al centro sopra la lavagna, sotto il crocifisso, e lo tenne ad esempio per mesi. Mi trattò da amico. Forse incontrarla è stato determinante, incontrare il suo amore per l'arte e la sua stima. Poi sono sempre stato molto sensibile. E sono stato fortunato a trovare persone intorno a me che hanno valorizzato questa mia sensibilità. E' vero che "sentirsi un'artista" suona male, ma è come sentirsi padre o ingegnere, ci sono delle responsabilità e quelle di un'artista sono sottili ma intense.

In questo momento della tua vita stai facendo quello che hai effettivamente scelto o fai questo lavoro per cause fortuite?
Si! Sto facendo quello che ho realmente scelto, o sognato. Forse l'artista è colui che sceglie di sognare.

Solitamente spetta ai critici sintetizzare e descrivere la ricerca di un artista. Se dovessi definire la tua arte come faresti?
Tocco con mano nelle viscere dell'inconscio i mostri di tutti, hanno a che vedere con la religione o con paure ancestrali; so che sono di tutti perché molti rimangono toccati intimamente, anche turbati, spesso!
Da un punto di vista tecnico mi piace pensarmi come ad un'artista pop perchè le cere e plastiche, i colori che uso fanno sembrare le opere delle caramelle, mangiabil. Forse per questo i bimbi sono i miei più grandi fan. Queste opere a volte si muovono, sono dei robot o dei carillon.
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Cosa ti ha portato a creare lo pseudonimo di Franco Losvizzero?
Ho nominato il bambino che è in me, la mia parte sensibile. Si chiamava così. E' un nomignolo, c'è ironia e te lo ricordi subito! Mi sento ironico nel mio lavoro. Poi indica una moneta il Franco Svizzero: sono moneta e sono svizzero, preciso come un orologio… No tutt'altro! Sono il contrario di uno svizzero...

Un tuo pregio.
Sono tenace e impetuoso.

E un difetto.
Sono tenace e impetuoso.

Questo nel lavoro, ma nella vita?
Anche.

Come vivi il rapporto con i tuoi galleristi o comunque con le persone che si occupano di promuovere e vendere il tuo lavoro?
Ultimamente sto vendendo pezzi per me molto importanti e a volte mi dispiace distaccarmene. Credo che valga per tutti ma è quello che mi viene da dire. Marco Rossi Lecce è un gallerista di grande esperienza e il fatto che creda in quello che faccio mi gratifica. Anche se ci vorrà del tempo perché possa riuscire a presentarmi e a fami conoscere completamente da lui come dagli altri. Le cose che faccio hanno lunghe radici e in superfice fioriscono con diversi tipi di fiori, funghi, piante.
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Che rapporto hai con i critici e con la stampa?
Il rapporto è buono. In genere le mie cose piacciono al pubblico e ai critici. Forse, ripensandoci, quelli a cui non piacciono non me lo hanno detto! Ma tutto sommato ho un bel rapporto. Molti mi chiedono che cosa voglio dire, ecco questa è una cantonata. Allora comincio a dire che “queste opere tendono alla riscoperta del sentimento stratificato dell'io, nell'icomparabile iridescente della semiotica dell'ottica semifisica dell'tocco intenso, chiaramente alla maniera metafisca Kantiana.”

Che rapporto hai col luogo in cui lavori? Parlaci del tuo studio…
E' un casino. Non ha molta luce e dipingo per terra, io su uno sgabellino e i fogli a terra. Cicamente lo risistemo ma arrivo veramente a farlo sembrare una schifezza. Pezzi di bambole, robba vecchia, giornali, ritagli, computer. pingo/faccio quando non posso farne a meno, quando sto molto male.E la sporcizia, a volte, come la musica, mi aiuta.

Quale è la mostra più bella che hai fatto e perché?
E’ l’ultima alla galleria Altri Lavori in Corso, perché è studiata come una grande installazione ed è precisa come l'ho pensata con alcuni dei pezzi più importanti.

Quanto influisce la città in cui vivi con la tua produzione? E’ indifferente? Preferisci girare di città in città o lavorare sempre nel solito posto?
Tutte le volte che ho viaggiato, in particolare da solo, ho riportato grandi ispirazioni. La città è bella e dire che Roma è ininfluente è pazzia, ma se potessi cambierei studio ogni sei mesi in ogni città che mi ha ispirato. E poi mi piacerebbe sparire, andarmene fuori. Ma non ho abbastanza coraggio.


20/11/2010
AUTORE: CIRO TORLO
FOTO DI:
TRA FAVOLE¸ MAGIE E SPIRITUALITÀ: LOSVIZZERO A NAPOLI
Tra il 19 novembre ed il 17 dicembre presso la galleria "1 Opera" e nello spazio espositivo "Largo Baracche" di Napoli

O. O. M. cioè “Ossa Ossia Messia” è la titolazione della prima personale partenopea di Franco Losvizzero, artista romano che regala alla città di Napoli una raccolta di opere, edite ed inedite, divise tra due sezioni, la galleria “1 Opera” e “Largo Baracche”, pure espressioni della magia artistica del Nuovo Surrealismo Italiano. Spaziando dalla Performance alla video arte, dalla pittura all’installazione, dalla scultura alla fotografia, le creazioni di Losvizzero evocano spesso figure rassicuranti: giocattoli, favole per bambini, carillon alterati nell'essenza, o nell'apparenza, capaci di risvegliare suggestioni dell'infanzia e inquietudini sopite. La mostra, inaugurata il 19 settembre, sarà accessibile al pubblico sino al 17 dicembre 2010 e permetterà allo spettatore, parte integrante, viva e pienamente compartecipe dell’essenza dell’opera, di affondare in una dimensione oscura, distinta da forme fantasmagoriche e da attributi seducenti, in un’atmosfera misteriosamente terrificante e stuzzicante allo stesso tempo, propria dell’inconscio di ogni uomo.

Napoli, la città dei culti e delle credenze, sembra aver avuto un ruolo principale nella realizzazione della mostra.

«Sicuramente. Napoli, con le sue tradizioni, il suo universo sociale, il suo vissuto è stata una scoperta fondamentale per il mio percorso, tanto che ho scritto anche un film sulla città, “Cane Nero”, che spero di girare al più presto, ed è stata anche la strada migliore per definire la mia ricerca spirituale.»

A proposito di questo, cosa può dirci?

«La ricerca spirituale, dell’aldilà, dell’essenza suprema ce la portiamo dietro dall’antichità, dalle origini, ed è strettamente legata al mondo religioso, alle religioni di ogni cultura, alle loro iconografie ed ai loro segni, passando per l’esperienza dell’alchimia, della magia e dell’esoterismo, che mi interessano profondamente e che mi hanno guidato nel percorso spirituale. “Ossa Ossia Messia” è un lavoro basato proprio su tutto ciò, è l’espressione di un viaggio universale nel profondo di me stesso sulle iconografie religiose e del passato, e del confronto col mio, col nostro inconscio, per ritrovare le ossa, le macerie, per arrivare a Dio, alla spiritualità suprema.»

In che modo si sviluppa il suo lavoro?

«Il mio lavoro artistico si basa, oltre che sul mondo della cinematografia, sull’assemblaggio e sulla scultura, sulla trasformazione di materiali già dati in modo da avere una vita nuova; è una resa scultorea che tende alla novità, espressa anche dal bianco, dalla patina bianca che, solitamente, è l’elemento finale della creazione. I materiali, il processo ed il metodo si fondo nella poetica dell’opera, che tende alla non banalità. Il passaggio dall’idea alla creazione, però, è sorprendente, a volte persino per me quando arrivo alla conclusione: mi lascio trascinare ad un abbandono dell’inconscio da parte del corpo, con la consapevolezza e la certezza dell’abbandonarmi, scavando e discendendo in caverne della mia interiorità che sfociano nella mia infanzia, che è l’infanzia di altri, di tutti, dell’essere umano, arrivando a cose fantastiche, mostruose, spirituali. I materiali e le forme usate giocano proprio su questo.»

Ed è quello che poi esalta dai suoi soggetti…

«Esattamente, sono soggetti dolci e terrificanti che incarnano la mostruosità della razionalità e dell’irrazionalità, del passaggio tra sonno e veglia, tra coscienza ed incoscienza, tipica dell’uomo. Ed è proprio vedendo aldilà della mostruosità e delle stranezze che si scopre una nuova realtà, una nuova dimensione spirituale che ha qualcosa di profondamente umano.»

bio:Franco Losvizzero nasce nel 73 a Roma. Dopo il liceo scientifico e l’Accademia di Belle Arti, si dedica alla fotografia diplomandosi all’Istituto Europeo di Design di Roma. Nel 96 si trasferisce a Londra per approfondire gli studi presso la Thames Valley University e successivamente soggiorna frequentemente a New York. Nel 98 vince borsa di studio per l’Atlantic Center for the Arts (in Florida) per un incontro-stage tra 15 artisti Italiani e 15 statunitensi. Dal 2000 collabora attivamente con alcuni artisti tra cui Luca Maria Patella, Matteo Basilè, Alexandro Yodorwsky e con alcune agenzie di comunicazione in veste di art director. Nel 2000 fonda la Biennale di Arte Contemporanea di Porto Ercole col suo vero nome: Andrea Bezziccheri e successivamente dopo le prime 4 edizioni la sposta a Roma a Castel Sant’Angelo trasformandola in Biennale in TRANSito (www.bip-art.net). E’ impegnato nella regia cinematografica con diversi cortometraggi al suo attivo, videoclip, un documentario sul circo ed un film in via di realizzazione.

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